Incipit dei 7 volumi della saga della Torre Nera

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L’ultimo Cavaliere:

L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Il deserto era l’apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboc-
care nel cielo per enne parsec in tutte le direzioni. Bianco; accecante; ari-
do; amorfo salvo che per l’abbozzo labile e nebuloso delle montagne all’o-
rizzonte e l’erba canina ispiratrice di dolci sogni, incubi, morte. A indicare
la via appariva di tanto in tanto una lapide, perché un tempo la pista semi-
cancellata scavata nella spessa crosta alcalina era stata una strada di corrie-
re. Da allora il mondo era andato avanti. Il mondo si era svuotato.

La Chiamata dei Tre:

Il pistolero si destò da un sogno confuso dominato da un’unica immagi-
ne, quella del Mazzo di Tarocchi con il quale l’uomo in nero gli aveva pre-
detto (non si sa quanto onestamente) l’amaro destino.
Affoga, pistolero, gli diceva l’uomo in nero, e nessuno gli getta una ci-
ma. Il giovane Jake.
Ma non era un incubo. Era un bel sogno. Era bello perché era lui ad an-
negare, quindi non era affatto Roland, bensì Jake e questo gli era di conso-
lazione perché sarebbe stato mille volte meglio annegare come Jake che
vivere nei panni di se stesso uomo che, nel nome di un gelido sogno, aveva
tradito un bambino che in lui aveva riposto tutta la sua fiducia.

Terre Desolate:

Era la sua terza volta con pallottole vere… e la sua prima volta estraendo
dalla fondina che le aveva confezionato Roland.
Avevano una buona scorta di munizioni; Roland aveva portato più di
trecento pallottole dal mondo in cui Eddie e Susannah Dean erano vissuti
fino al momento della loro chiamata. Ma avere munizioni in abbondanza
non significava che le si potessero sprecare, anzi, era vero il contrario. Gli
sciuponi corrucciavano gli dei. Su questo credo era stato cresciuto Roland,
prima da suo padre e poi da Cort, il suo più grande maestro, e a esso resta-
va ancora fedele. Quegli dei non punivano forse all’istante, ma presto o
tardi il castigo sarebbe giunto… e più lunga l’attesa, più pesante la peniten-
za.

La Sfera Del Buio:

«PROPONETEMI UN INDOVINELLO», li invitò Blaine.
«Fottiti», disse Roland. Senza alzare la voce.
«CHE COSA HAI DETTO?» Nell’evidente incredulità, la voce del Gran-
de Blaine somigliò di nuovo moltissimo a quella del suo insospettato ge-
mello.
«Ti ho detto di andare a farti fottere», ripeté con calma Roland. «Ma se
non ti sono sembrato abbastanza esplicito, Blaine, vedrò di essere più chia-
ro. No. La risposta è no.»
Per molto, molto tempo non ci fu reazione da parte di Blaine, ma quando
finalmente decise di rispondere, non lo fece con le parole. Paratie, pavi-
menti e soffitto cominciarono di nuovo a perdere colore e solidità. Nello
spazio di dieci secondi la Carrozza della Baronia aveva cessato di nuovo di
esistere. Il siluro viaggiava ormai attraverso la catena montuosa che ave-
vano visto all’orizzonte: vette grigioferro piombavano loro incontro a velo-
cità suicida, poi precipitavano aprendosi in sterili vallate dove brulicavano
scarafaggi giganteschi come testuggini.

I Lupi Del Calla:

Tian aveva la fortuna (ma pochi contadini avrebbero usato una parola
come questa) di possedere tre campi: Campo del Fiume, dove da tempo
immemorabile la sua famiglia aveva coltivato riso; Campo della Strada,
dove ka-Jaffords aveva coltivato radici agre, zucche e mais per altrettanti
lunghi anni e generazioni; e Figlio di Puttana, un podere ingrato dove cre-
scevano soprattutto sassi e piaghe e speranze andate alla malora. Tian non
era il primo Jaffords risoluto a cavare qualcosa dagli otto ettari dietro casa;
il suo grand-père, perfettamente sano di mente per ogni altro aspetto, era
sempre stato convinto che lì ci fosse l’oro. La madre di Tian era stata u-
gualmente sicura che ci sarebbe cresciuto il porin, una spezia di grande
pregio. La follia di Tian era il madrigal. Era fuor di dubbio che in Figlio di
Puttana sarebbe potuto crescere il madrigal. Doveva crescerci. Si era pro-
curato mille semi (e gli erano costati un occhio) che ora erano nascosti sot-
to l’assito della sua camera da letto. Tutto quello che restava da fare, prima
della semina dell’anno prossimo, era dissodare Figlio di Puttana. Un’impre-
sa più facile a dirsi che a farsi.

La Canzone di Susannah:

«Quanto durerà la magia?»
Nessuno rispose alla domanda di Roland. Così la pose di nuovo, questa
volta volgendo lo sguardo in fondo al soggiorno della canonica, dove Hen-
chick dei Manni sedeva con Cantab, che aveva sposato una delle sue nu-
merose nipoti. I due uomini si tenevano per mano, secondo l’usanza della
loro comunità. Quel giorno il vecchio aveva perso una nipote, ma se pro-
vava cordoglio, nella compostezza del suo volto di pietra non lo si leggeva.
Accanto a Roland, senza tenere per mano nessuno, silenzioso e pallidissi-
mo, sedeva Eddie Dean. Di fianco a lui, a gambe incrociate sul pavimento,
c’era Jake Chambers. Si era sistemato Oy in grembo, una cosa che Roland
non aveva mai visto prima e non avrebbe pensato che il bimbolo gli avreb-
be consentito. Eddie e Jake erano entrambi sporchi di sangue. Quello che
macchiava la camicia di Jake apparteneva al suo amico Benny Slightman.
E quello addosso a Eddie era di Margaret Eisenhart, colei che era stata
Margaret di Redpath, la nipote defunta del vecchio patriarca. Roland vede-
va in Eddie e Jake una stanchezza pari alla sua, ma era più che sicuro che li
attendeva una notte senza riposo.

La Torre Nera:

Père Donald Callahan era stato un tempo il sacerdote cattolico di un
borgo, Salem’s Lot si chiamava, che non esisteva più su nessuna carta geo-
grafica. Gli era indifferente. Per lui concetti come «realtà» avevano perso
ogni significato.
Questo ex prete aveva ora nel palmo un oggetto pagano, una tartarughi-
na d’avorio. Le era saltato via un pezzettino del becco e aveva un graffio a
forma di punto interrogativo sulla schiena, ma per il resto era un piccolo
gioiello.
Bello e potente. Ne avvertiva la forza nella mano come energia elettrica.
«Quant’è bella», bisbigliò al ragazzo che gli era accanto. «È la Tartaruga
Maturin? È lei, vero?»
Il ragazzo era Jake Chambers e aveva compiuto un lungo percorso circo-
lare per ritrovarsi quasi al punto da cui era partito, lì a Manhattan. «Non lo
so», rispose.


~ di semprecontro su Giugno 15, 2007.

Una Risposta to “Incipit dei 7 volumi della saga della Torre Nera”

  1. Di sicuro è il romanzo più bello che abbia mai letto. :D

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